Un’infanzia povera e difficile a Parigi, il riscatto attraverso il calcio che lo ha accolto giovanissimo – a 17 anni era capitano del Paris Saint-Germain – il sogno realizzato della Premier League, chiamato dal Liverpool nel 2013, la gogna e la vergogna di una squalifica per doping poi cancellata. Una macchia ingiusta che non è stata facile da rimuovere, anche perché intanto i Reds lo avevano messo ai margini, fino al rientro, otto mesi dopo, al Crystal Palace però.

Da allora Mamadou si è dato l’obiettivo di diventare qualcuno e trovare il modo di aiutare chi ha bisogno. Promessa mantenuta, attraverso Amsak (Association Mamadou Sakho), un’associazione di volontariato che ha lo scopo di aiutare persone in Francia, Inghilterra e Africa. 

Il giorno in cui ho perso mio padre sono diventato un uomo con delle responsabilità. A quel punto diventare un calciatore era un obbligo. Quando mi chiedono se sia stato difficile diventare capitano del Paris Saint-Germain a soli 17 anni, io rispondo che la fascia più difficile che ho indossato nella mia vita è stata quella per la mia famiglia, quando avevo 13 anni.

Sakho
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