Considerazioni al tempo del coronavirus del prof. A. Cortese

Il mio livello di intolleranza è pari ai conati di vomito che, a stento, riesco a trattenere di fronte alle finzioni, agli infingimenti, alle eccitazioni anorgasmiche dei celebratori della presunta palingenesi che la scuola, nonostante tutto, nonostante la congiuntura storica, starebbe vivendo. Mi destrutturo, divento insofferente e rivendico il valore del tempo, del mio tempo, che rifiuta di essere scandito da un computer, da una videocamera e da un telefonino agonizzanti. Detesto la DAD (nonostante il mio sforzo d’ingegno e di adattamento), l’e-learning che rende tecnicamente all’avanguardia, la banalità delle piattaforme online, il virtuale che assurge a canone, l’invadenza delle immagini, dei pacchetti preconfezionati, delle video-lezioni di altri, dei link impossibili che aprono gineprai convulsi di indicibili banalità. Osservo stupito lo zelo e la puntualità di colleghi che solo ora (e finalmente!!!) hanno capito di essere docenti ed esibiscono professionalità improponibili, sbirciando attraverso un display o attraverso post-it non perfettamente celati alla vista di poveri studenti, oramai rassegnati e sorpresi di fronte a tanta rigorosa solerzia.

Rivoglio la scuola, mi sia concessa la narcisistica autocitazione, quella pervasa di silenzi ma anche di voci e di sorrisi che squarciano quei silenzi; di pensieri che diventano carne e traducono, nella dialettica del confronto, l’estasi dell’andare verso, l’erotismo del respingersi e dell’appartenersi. La scuola vera, quella del sapere che seduce, quella della “parola” sacra che ci urla ciò che non siamo stati, ciò che non siamo e, soprattutto, ciò che non saremo mai: meccanismi robotizzati che oscillano tra connessioni e disconnessioni.

fonte: pagina facebook del prof. Angelo Cortese

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