Tra i tanti articoli letti in questi giorni sulla drammatica strage di giovani nella notte di capodanno, abbiamo scelto di condividere sulle nostre pagine la riflessione della prof.ssa Roberta Bruzzone. fonte facebook.
“Ci sono immagini che fanno più paura dell’incendio stesso. Sono quelle in cui qualcuno riprende mentre tutto sta per esplodere. E ogni volta che le vediamo ci chiediamo: “Ma perché non scappa?” “Perché resta lì?” La risposta non è comoda. E non è rassicurante. Perché in quei secondi il cervello non ragiona come crediamo.
Quando scoppia un incendio improvviso, l’istinto di sopravvivenza non sempre parte subito. A volte il cervello si difende negando: “Non è grave”. A volte si blocca. A volte si dissocia. A volte cerca un’illusione di controllo. E il telefono diventa quella illusione. Riprendere non è sempre esibizionismo. Spesso è freezing, paralisi emotiva mascherata da azione. È il tentativo disperato di dire: “Sto facendo qualcosa”, mentre in realtà non sto scappando. Lo schermo crea una distanza. Trasforma il pericolo in contenuto. La paura in video. La realtà in qualcosa che sembra irreale.
E poi c’è il gruppo. Se nessuno corre, il cervello pensa che non sia ancora il momento. Se nessuno urla, il pericolo viene minimizzato. È così che nascono le tragedie silenziose, non dal panico, ma dalla sua assenza iniziale. C’è anche un altro aspetto, scomodo da dire: viviamo in un mondo in cui esserci può arrivare a contare più che salvarsi. In cui documentare vale più che reagire. In cui il riflesso di registrare è più rapido del riflesso di fuggire.
Ma il fuoco non aspetta. Il fumo non avvisa. E gli incendi non crescono in modo graduale ma esplodono. Quei secondi persi a riprendere non sono leggerezza. Sono errori cognitivi, automatismi, distorsioni percettive. Sono il cervello che fallisce sotto stress. Ecco perché non basta dire “scappate”. Bisogna insegnare a riconoscere subito il pericolo, a non fidarsi della calma apparente, a capire che quando qualcosa brucia non è mai il momento di filmare. Perché il problema non è il telefono. Il problema è aver disimparato ad ascoltare l’allarme interno. E quando l’allarme non suona, la tragedia entra in silenzio.
Ci tengo ad aggiungere una precisazione fondamentale, perché in queste ore mi state facendo in molti la stessa domanda. Questa riflessione non sposta di un millimetro le responsabilità. E lo dico con chiarezza assoluta: nulla, e ripeto nulla, può superare o attenuare la responsabilità del locale. Non basta avere delle autorizzazioni formali. Non basta “essere in regola sulla carta”. La sicurezza non è un timbro, è prevenzione reale, gestione del rischio, controllo costante, scelte responsabili. Qui non siamo davanti a un singolo errore. Siamo davanti a una catena di responsabilità che va ricostruita in modo rigoroso, puntuale e senza fare sconti a nessuno: a chi gestisce, a chi controlla, a chi autorizza, a chi ha il dovere di garantire che un luogo affollato non diventi una trappola.
Il mio intervento serve a rispondere a una domanda di area psicologica (perché alcune persone non scappano subito) che oggi mi hanno rivolto in molti… ma non deve mai diventare un alibi strutturale per chi aveva il compito di prevenire l’emergenza. Le vittime non sbagliano. I ragazzi non “se la cercano”. Quando un luogo non è sicuro, la responsabilità non è di chi resta intrappolato, ma di chi doveva impedire che quell’incendio potesse anche solo iniziare. Mi sembrava doveroso dirlo. Con forza. Senza ambiguità.” – Roberta Bruzzone
Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

