Capo d’Orlando – La grande festa dei cento anni di autonomia amministrativa di Capo d’Orlando, con tanto di torta e notte bianca, era stata organizzata il 27 settembre scorso. Adesso si sono ufficialmente conclusi i festeggiamenti con la chiusura della clessidra e la consegna di attestati ai genitori di bebè nati nel 2025 ed ai partecipanti/collaboratori della macchina organizzativa del “centenario”. Per più di 12 mesi eventi e manifestazioni hanno allietato cittadini e visitatori, portando un soffio di spensieratezza sulla città che, seppur giovane, è già sovraccarica di problematicità. Non si tratta solo di questioni economico-finanziarie, di arredo urbano, di viabilità e parcheggi, di palazzi sempre più alti e di giardini sempre più ridotti; non è solo una questione di spopolamento, quello avviene ovunque nel Sud d’Italia o di un minor numero di aule scolastiche perchè, in definitiva, nel 2025 sono nati ben 60 piccoli orlandini; il problema è che si devono recuperare le promesse disattese che 100 anni fa mossero i nostri antenati.
La nostra riflessione prende spunto da un breve brano di Vincenzo Consolo (1984) che riferendosi ai primi passi del “paese nuovo”, scrive: “Nella mia lontanissima adolescenza, Capo d’Orlando (che nome già fantastico, avventuroso) era un paese bello. Bello e limpido come un mattino di aprile, lasciato alle spalle l’immoto crepuscolo d’un altro paese. Bello e semplice, nel geometrico, cartesiano reticolo del suo impianto, nelle basse case d’arenaria con i loro giardinetti d’aranci, di palme e di banani: un piano intersecarsi di vie, un gioioso labirinto che si scioglieva, liberava nei grandi respiri del mare di cobalto e delle colline di smeraldo. […] Capii poi che Capo d’Orlando era frutto di una scissione […] Che era nato dalla rottura con un paese antico e pieni d’ipoteche, che era un paese “nuovo”, giovane, fondato da pionieri, un paese concepito su un concetto di ragione e di democrazia, ma immaginato anche su UN’UTOPIA di bellezza e di creazione”. Nel corso di questo lungo anno, abbiamo avuto varie occasioni per approfondire la conoscenza della storia di Capo d’Orlando e si è colto il desiderio della comunità d’impegnarsi a mettere un freno alla bruttezza che, purtroppo, inizia a riscontrarsi tra le strade, nelle contrade più o meno abbandonate o nei nuovi quartieri che stanno sorgendo tra palazzine restaurate o completamente ricostruite su vecchi edifici. E’ lecito e giusto che la città si espanda e sorgano nuove abitazioni per le giovani famiglie, ma solo se tutto ciò sia a beneficio di una città viva e popolosa sempre, non solo 3 mesi l’anno. I nostri antenati avrebbero voluto si rispettasse la bellezza dei luoghi, facciamo nostra questa intenzione promettendo ai cittadini del futuro di conservarne almeno un pò per loro.

Nel solco del rispetto della memoria nel centenario di Capo d’Orlando, ha rivestito un momento molto significativo l’iniziativa voluta dalla prof.ssa Sara Belviso e dai componenti della famiglia Paparone, che hanno voluto ricordare attraverso una targa il luogo dove ha vissuto uno dei cinque padri dell’Autonomia orlandina, Paolo Paparone. Il presidente di Sicilia Antica Capo d’Orlando, dott. Giuseppe Ingrillì, ha presenziato ieri mattina alla consegna della targa, dichiarando: “Questa iniziativa subito sposata dalle istituzioni comunali, rientra in quel solco di recupero della memoria storica dei tanti che parteciparono con slancio alle lotte autonomiste e allo stesso tempo un simbolico passaggio alle generazioni future di Capo d’Orlando di un luogo, piazza Merendino che è stato per molti anni il centro religioso e lavorativo di una generazione che ha contribuito a far diventare Capo d’Orlando un centro dinamico. Si spera che questa iniziativa sia un ulteriore stimolo per continuare a riscoprire luoghi e personaggi di una Capo d’Orlando che fu e che non deve essere dimenticato”.
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