Il presidente del Circolo Territoriale Fratelli d’Italia Capo d’Orlando, dott. Sandro Gazia, esprime solidarietà ai poliziotti che hanno subito violenza e fa una lucida riflessione a beneficio di tutti. “Quello che è accaduto a Torino segna un punto di non ritorno che va analizzato senza tifoserie e senza ipocrisie. Una manifestazione, anche dura e radicale, è legittima solo finché resta dentro i confini della democrazia. Quando diventa violenza organizzata, quando si trasforma in spedizione punitiva contro lo Stato e contro uomini in divisa, cessa di essere protesta e diventa altro: sopraffazione, intimidazione, eversione.
A Torino non abbiamo assistito a “scontri casuali”, ma a azioni mirate, con l’uso di oggetti contundenti, martelli, bastoni, volto coperto e tecniche da guerriglia urbana. Un agente è stato colpito con un martello: questo non è dissenso, è criminalità politica. Punto. Le forze dell’ordine hanno svolto un lavoro difficile e delicatissimo:
- hanno contenuto una situazione ad altissimo rischio;
- hanno evitato conseguenze ancora più gravi per cittadini, manifestanti pacifici e operatori stessi;
- hanno agito in un contesto in cui ogni errore viene amplificato e strumentalizzato.
Difendere il loro operato non significa essere “autoritari”, ma stare dalla parte dello Stato di diritto. Senza ordine pubblico, non esiste libertà di manifestare. La libertà di manifestazione è un pilastro democratico, ma non è mai stata e non può diventare una licenza per la violenza. Chi scende in piazza con volto coperto, armato o pronto allo scontro non sta esercitando un diritto, lo sta distruggendo per tutti gli altri.
Ed è qui che emerge un nodo politico enorme. La responsabilità degli organizzatori? Esiste una responsabilità oggettiva di chi organizza una manifestazione: scegliere il percorso, definire le modalità,isolare e denunciare chi si presenta travisato o armato.
Chi non lo fa, accetta consapevolmente che la piazza venga egemonizzata dalla violenza. Chi tace mentre accade, ne diventa corresponsabile politico e morale. Non basta dire “non erano con noi”. Se marci insieme a loro, se li copri, se non li isoli, li stai legittimando.
C’è poi un cortocircuito evidente e inquietante: chi per anni ha gridato al “pericolo fascista” oggi giustifica, minimizza o copre pratiche che ricordano proprio ciò che dice di combattere, e cioè intimidazione, aggressioni, violenza organizzata, culto dello scontro.
La violenza non ha colore politico, ma oggi quella che vediamo in piazza arriva quasi sempre da aree che si autodefiniscono antifasciste. È un dato di fatto, non uno slogan.
Difendere: le forze dell’ordine, la libertà di manifestare pacificamente, la responsabilità di chi organizza le piazze, non è essere repressivi.
È essere democratici. La democrazia muore quando la violenza viene tollerata “perché viene dai nostri”. E la storia insegna che le derive autoritarie iniziano sempre così: giustificando i violenti se urlano gli slogan giusti. Chi ama davvero la libertà, isola i violenti. Sempre. E di qualsiasi colore. Senza se e senza ma. Ma adesso entrare nel merito della manifestazione è doveroso, perché il tema non è solo come si è manifestato, ma se e perché fosse legittimo farlo.
Askatasuna: cos’è e perché è al centro dello scontro? Askatasuna non nasce ieri né è un semplice “luogo di aggregazione”. È uno storico centro sociale torinese, attivo da decenni, che nel tempo ha assunto una chiara connotazione politica antagonista, con pratiche che vanno ben oltre il dibattito o l’attivismo civile.
Nel corso degli anni Askatasuna: ha promosso iniziative contro lo Stato, le forze dell’ordine e le istituzioni democratiche; è stato più volte al centro di inchieste giudiziarie; è diventato un riferimento nazionale per l’area antagonista più radicale, spesso collegata a episodi di violenza in piazza. Non si tratta quindi di un’associazione “inermi cittadini sfrattati”, ma di una struttura politica organizzata, con una storia precisa e documentata.
I locali occupati: erano legittimi? No. Questo è un punto che va chiarito senza ambiguità. I locali riconducibili ad Askatasuna: non erano di proprietà del centro sociale; non erano stati assegnati regolarmente; risultavano occupati abusivamente. In uno Stato di diritto, l’occupazione senza titolo di un immobile pubblico o privato è illegittima, indipendentemente dal colore politico di chi la compie. Non esistono occupazioni “buone” e occupazioni “cattive”: la legge è uguale per tutti, o smette di esserlo.
Lo sgombero, quindi: non è stato un atto politico repressivo; non è stato una “vendetta dello Stato”; è stato l’applicazione di una decisione amministrativa e giudiziaria. Contestare uno sgombero può essere legittimo sul piano politico. Aggredire lo Stato perché applica la legge non lo è mai. La manifestazione: opportuna o no? Qui il giudizio deve essere netto. Manifestare per chiedere spazi sociali, politiche giovanili, luoghi di aggregazione è legittimo. Manifestare per difendere un’occupazione abusiva e una struttura che ha fatto della conflittualità permanente la propria cifra politica, no. Quella di Torino non è stata una manifestazione per i diritti: non era inclusiva, non era pacifica, non era rivolta al dialogo istituzionale. Era una manifestazione identitaria, costruita per:
- forzare lo scontro, delegittimare lo Stato,
- dimostrare che “la piazza comanda”.
E quando una piazza pretende di sostituirsi alla legge, la democrazia è già sotto attacco. Il nodo politico che molti fingono di non vedere. Il vero problema non è Askatasuna in sé, ma la copertura politica e culturale che una parte della sinistra continua a garantire a questo mondo. Chi parla di: repressione, Stato autoritario, deriva fascista, dovrebbe spiegare perché si tollerano occupazioni illegali; si giustificano manifestazioni violente; si attaccano le forze dell’ordine mentre applicano la legge.
Qui sta il cortocircuito: si invoca l’antifascismo per negare le regole democratiche. La manifestazione di Torino non era opportuna, perché: difendeva un’illegalità; legittimava un metodo violento; metteva a rischio cittadini e agenti; colpiva la stessa libertà di manifestare pacificamente. Lo sgombero era legittimo. Il dissenso è legittimo. La violenza politica no. E chi continua a confondere queste 3 cose, non sta difendendo la democrazia: la sta logorando dall’interno.
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