Nuova battuta d’arresto per la norma che avrebbe permesso ai sindaci dei comuni siciliani tra i 5 e i 15 mila abitanti di ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo. Nonostante il tentativo di allineare la Sicilia alla legislazione nazionale, l’aula ha respinto il disegno di legge, confermando il limite dei due mandati già ribadito lo scorso febbraio.
L’esito del voto ha messo a nudo profonde spaccature all’interno del centrodestra. Grazie allo scrutinio segreto richiesto dalle opposizioni, l’emendamento soppressivo è passato con 43 voti favorevoli e solo 18 contrari.
I numeri parlano chiaro: considerando che la maggioranza conta circa 40 deputati, sono stati almeno venti i “franchi tiratori” che hanno votato contro la linea del governo Schifani, mandando di fatto in frantumi la compattezza della coalizione.
Il dibattito in aula è stato acceso: deputati come Pino Galluzzo (FdI) e Cateno De Luca (Sud chiama Nord) avevano invocato, senza successo, il voto palese, chiedendo ai colleghi di assumersi la responsabilità di fronte ai sindaci siciliani, che restano così penalizzati rispetto ai colleghi del resto d’Italia.
Le opposizioni – Movimento 5 Stelle e Partito Democratico – esultano, parlando di una “Waterloo” per il governo regionale. Secondo i capigruppo Antonio De Luca (M5S) e Michele Catanzaro (PD), il voto dimostra che la maggioranza non ha più i numeri per governare e vive una crisi di identità profonda.
Anche l’ANCI Sicilia ha espresso forte disappunto. Il presidente Paolo Amenta e il segretario Mario Emanuele Alvano hanno sottolineato come questa decisione mantenga la Sicilia in un isolamento normativo ingiustificato, ignorando persino i recenti orientamenti della Corte Costituzionale (sentenza n. 16 del 2026). L’associazione si chiede se valga davvero la pena difendere l’autonomia regionale quando questa produce incertezza e disparità di trattamento a danno dei cittadini e degli amministratori locali.
Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

