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Terremoto nel Tirreno, l’esperto: «La faglia al largo di Alicudi è attiva da decenni, ecco perché trema la Sicilia»

La scossa di magnitudo 5.5 e il successivo sciame sismico riaccendono l’attenzione su una delle aree più attive del basso Tirreno. Il sismologo Mimmo Palano: «Qui si concentra lo stress generato dalla convergenza tra la placca Africana e quella Euroasiatica».

Un’area sismicamente attiva da decenni, dove le forze che agiscono in profondità continuano a deformare la crosta terrestre. È il settore del basso Tirreno compreso tra Ustica e le isole Eolie, tornato al centro dell’attenzione dopo il terremoto di magnitudo 5.5 registrato oggi, seguito da uno sciame sismico che ha fatto registrare almeno 29 eventi.

La scossa è stata avvertita in diverse zone della Sicilia, fino a Palermo, dove la paura ha spinto centinaia di persone a scendere in strada e ha provocato l’evacuazione di alcune scuole. Per l’evento è stata inoltre diramata un’allerta arancione per il rischio tsunami. Ma quali sono le cause di questa intensa attività sismica? A spiegarlo è Mimmo Palano, professore di Sismologia all’Università di Palermo, presso il Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare (Distem), ed ex ricercatore dell’Ingv con oltre quindici anni di esperienza sul campo.

La faglia al largo di Alicudi

Secondo il docente, la sequenza sismica in corso si concentra a circa 25 chilometri a nord-ovest dell’isola di Alicudi. «Da un paio di giorni è in corso uno sciame sismico. Inizialmente, le scosse si sono concentrate a una profondità compresa tra i 20 e i 30 chilometri, mentre nelle ultime ore l’attività si è estesa a una fascia più ampia, tra gli 8 e i 30 chilometri».

Gli eventi si sviluppano lungo una faglia tettonica trascorrente che da Alicudi si estende verso nord-ovest per circa 30 chilometri. La struttura fa parte di una più ampia fascia tettonica tra Ustica e le Eolie, interessata dalle dinamiche che regolano la convergenza tra la placca Euroasiatica, a nord, e quella Africana, a sud.

Si tratta di un contesto geologico caratterizzato da un elevato livello di stress, in grado di provocare deformazioni della crosta e generare terremoti. Un fenomeno che, precisa Palano, non deve essere confuso con l’attività vulcanica di Stromboli o Vulcano.

«I vulcani sono una conseguenza dei processi di convergenza tra le placche. In quest’area la crosta è sottoposta a forti sollecitazioni tettoniche e, deformandosi, produce sismicità. La struttura che lambisce Alicudi è una faglia tettonica e si è attivata la sua porzione più settentrionale. È una zona nella quale i terremoti sono noti: una scossa di magnitudo 3.5 difficilmente viene avvertita a Palermo, mentre un evento di magnitudo 4.5 o 5 può essere percepito distintamente».

I precedenti del 1980 e del 2002

Il terremoto di oggi riporta alla memoria altri episodi significativi registrati nello stesso settore del Tirreno, a conferma di una sismicità che non rappresenta una novità per l’area.

«In passato si sono verificati eventi di magnitudo superiore a 5 lungo questa fascia tra Ustica e le Eolie. Uno dei più importanti risale al 28 maggio 1980, quando fu registrato un terremoto di magnitudo stimata intorno a 5.8, nella stessa area, a una distanza di circa 20-30 chilometri», spiega il professore.

L’evento di allora è paragonabile a quello attuale, anche se le stime devono essere considerate alla luce delle tecnologie disponibili all’epoca. «Nel 1980 non esisteva una rete sismica nazionale avanzata come quella di oggi e, di conseguenza, quella misurazione potrebbe non essere del tutto precisa».

Come vengono analizzati i terremoti

La localizzazione degli eventi e la ricostruzione dei meccanismi che li hanno generati richiedono un lavoro progressivo da parte dei ricercatori. La magnitudo viene calcolata in tempi relativamente brevi, spesso entro circa mezz’ora, mentre nelle ore successive si procede a definire con maggiore precisione la posizione dei terremoti e le caratteristiche delle faglie coinvolte.

Palano chiarisce anche il significato delle rappresentazioni utilizzate nelle mappe sismiche. I punti di colore uniforme indicano gli eventi più recenti, mentre i simboli a forma di pallone, chiamati in gergo beach ball, rappresentano i meccanismi focali dei terremoti.

Queste rappresentazioni permettono di ricostruire il tipo di movimento che ha provocato la rottura della crosta terrestre, distinguendo, per esempio, tra faglie normali e faglie inverse. Le dimensioni del simbolo sono inoltre correlate alla magnitudo dell’evento.

«L’allineamento dei meccanismi focali a nord-ovest di Alicudi consente di individuare la struttura tettonica responsabile dei terremoti registrati».

Sette anni di ricerca sul basso Tirreno

L’area è oggetto di studi scientifici nell’ambito di una collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare dell’Università di Palermo e l’Ingv. Le attività rientrano nei progetti Caveat, coordinato dallo stesso Palano, e Neptum, coordinato da Francesca Di Luccio e finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca.

Si tratta di programmi di ricerca consecutivi, dedicati all’acquisizione di nuovi dati e allo studio multidisciplinare del basso Tirreno. L’obiettivo è approfondire le caratteristiche geologiche e geochimiche dell’area e comprendere anche in che modo la sismicità possa influenzare l’ecosistema marino.

«Complessivamente sono sette anni di studi. Il primo progetto si è concluso e attualmente siamo al primo anno di Neptum, che proseguirà fino al 2029», spiega il docente.

Nessuna previsione possibile sulle prossime scosse

Resta aperta la questione dell’evoluzione dello sciame sismico e della possibilità che si verifichino altri terremoti. Su questo punto, Palano invita alla prudenza, ricordando i limiti attuali delle conoscenze scientifiche.

«La sismologia è una scienza relativamente giovane e, a oggi, non siamo in grado di prevedere quando si verificherà un terremoto. In questa zona esistono strutture tettoniche attive che periodicamente producono sismicità, ma non è possibile stabilire in anticipo la magnitudo, le coordinate, la profondità, il luogo esatto o il momento in cui avverrà un evento».

Una zona storicamente esposta ai terremoti

I dati della Rete sismica nazionale dell’Ingv confermano la frequente attività dell’area eoliana. La sequenza attuale ha raggiunto almeno 29 eventi, mentre la mappa della sismicità registrata dal 1985 a oggi mostra numerosi terremoti di magnitudo superiore a 4.

Tra gli episodi più significativi figurano le scosse di magnitudo 4.7 del febbraio 2025 e del settembre 2009, oltre alla sequenza dello scorso marzo a ovest di Alicudi, culminata con un evento della stessa magnitudo.

Nell’area si verificano anche terremoti molto profondi, legati ai processi di subduzione, come quello registrato nel 2004 a circa 255 chilometri di profondità.

La mappa di scuotimento (ShakeMap), elaborata dall’Ingv e dal Dipartimento della Protezione civile per il terremoto principale, indica infine livelli stimati fino al quinto grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (Mcs), sia nelle isole Eolie sia in un’ampia fascia della Sicilia settentrionale.

Un quadro che conferma la complessità geologica del basso Tirreno e l’importanza del monitoraggio scientifico, fondamentale per comprendere l’evoluzione della sismicità, pur senza poter anticipare quando si verificherà la prossima scossa.

Fonte: Palermo Today .


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