Correva l’anno 1992…

Di Ismete Selmanaj Leba

25/09/2019

Quando siamo arrivati in Sicilia, alla fine del 1992, ero al quarto mese di gravidanza. Nella piccola cittadina dove abbiamo affittato una casa, c’erano una decina dei nostri connazionali arrivati circa due anni prima. Tutti erano in possesso del permesso di soggiorno, mentre io e mio marito no. In Italia siamo arrivati con un visto d’affari della durata di due settimane, ma il nostro obiettivo era rimanere fino a quando la situazione in Albania non fosse migliorata. Dopo la scadenza del visto eravamo diventati clandestini, trasparenti…

Non sapevamo a chi rivolgerci per aiutarci durante la gravidanza. La cittadina era bella e la gente gentile. Nessuno sapeva che eravamo clandestini anche perché tutti i nostri connazionali erano muniti di documenti regolari.  Maria, una signora con la quale abbiamo fatto l’amicizia, un giorno mi chiese se io e il bambino stessimo bene e quando avevo fatto l’ultimo controllo medico.

“L’unica visita che ho fatto è stata prima di partire dall’Albania”, le dissi.

“Non puoi stare così a lungo senza un controllo medico”, mi disse. “Devi andare al più presto dal medico, se vuoi ti accompagno io”.

Non sapevo cosa risponderle, non volevo dirle che, essendo senza il permesso di soggiorno, non potevo avere un medico di famiglia o andare in ospedale. Maria si rese conto della mia esitazione ma non so se veramente capì quale fosse il nostro vero problema.

“Ti porterò dal dottor Francesco, nel suo studio. È un ottimo ginecologo e lavora in ospedale. Ma ha anche uno studio privato” mi disse.

Le parole “studio privato” mi hanno fatto indietreggiare.

“Io… io non posso”.

Ma Maria non mollò:

“Non pensare a niente. Il dottor Francesco ha un cuore grande”

Così ci siamo conosciuti con il dottor Francesco e la sua famiglia. Sua moglie era una donna dolcissima e gentile. Avevano due bambini di 8 e 10 anni. Ci hanno aperto la porta di casa e la porta del loro cuore. Il dottor Francesco seguì tutta la gravidanza senza alcun tipo di pagamento da parte nostra. L’abbiamo messo a conoscenza della nostra situazione di clandestinità dopo la scadenza del visto. Avevamo parlato diverse volte di come potevamo fare per il mio ricovero in ospedale nel giorno del parto.

Nei tg avevamo sentito parlare di una direttiva secondo la quale i medici potevano denunciare i pazienti clandestini. Tutti i medici intervistati erano contro a questa direttiva. “Io non denuncio nessun paziente neanche sotto tortura”, ci disse il dottor Francesco. “Il mio dovere è di curare e salvare vite umane senza distinzione alcuna! Non sono né un poliziotto né un carabiniere! Spetta loro il compito di fermare i clandestini”

Il giorno del parto il dottor Francesco mi accompagnò in ospedale con la sua auto. Compilò la documentazione necessaria e mi aiutò a far nascere mio figlio. Dopo qualche mese ci trasferimmo in un’altra città. Siamo rimasti in contatto per alcuni anni, ma la distanza fece che ci perdessimo di vista. Fino a due mesi fa…

Stavo facendo una passeggiata con mio marito sul lungomare, quando vediamo arrivare di fronte a noi il dottor Francesco. Stava camminando con passo lento e guardava verso il mare. Io non l’ho riconosciuto subito, ma mio marito sì.

“Guarda, c’è il dottor Francesco”, mi disse.

Quando ci siamo avvicinati, mio marito lo ha salutato:

“Buongiorno dottor Francesco.”

Lui si fermò, strinse la mano a mio marito e poi la mia.

“Scusatemi ma non mi ricordo di voi, la memoria mi sta facendo dei brutti scherzi“, disse dispiaciuto.

“Ci siamo incontrati 25 anni fa”, disse mio marito, “eravamo appena arrivati dall’Albania e mia moglie era incinta. Lei l’ha aiutata fino al giorno del parto e non ha mai pensato di denunciarci come clandestini”.

“Ho avuto molte pazienti durante la mia carriera; anche tantissime donne straniere. Non ricordo il suo caso, ma non ho fatto nulla di eccezionale; ho fatto solo il mio lavoro”

Umile e saggio dottor Francesco! Quello che ha fatto e che continua a fare è normale per lui. Ebbene sì, non è così “normale” oggigiorno. La “normalità” di oggi è diversa da quella del dottor Francesco.

“Quel bambino che lei aiutò a far nascere è studente di medicina a Bologna e fra poco diventerà suo collega”, gli dissi. “Non so che piega avrebbe preso la nostra vita e il futuro di mio figlio se non avessimo avuto il suo aiuto proprio quando ne avevamo tanto bisogno”.

Il suo viso si illuminò quando seppe che un bambino che aveva fatto nascere stava per diventare medico.

Ci siamo salutati quel giorno con un senso indescrivibile di gratitudine. Non cambiava nulla che lui non si ricordasse di noi. Siamo noi che ricordiamo ogni giorno lui e il grande uomo che è.

Perché ho deciso di scrivere adesso questa parte importante della mia vita e soprattutto perché renderla pubblica? C’è una ragione. Qualche mese fa, un medico di Trento si è rifiutato di curare un paziente perché aveva il permesso di soggiorno scaduto. E non solo; lo ha denunciato dai carabinieri. Quando ho letto questa aberrante notizia, ho pensato subito al dottor Francesco; credo l’abbia sentita anche lui. Sono sicura che si sia sentito male e in colpa per il suo “collega”.

Oggi, quel bambino che lui aiutò a venire al mondo è diventato medico. Lo vedremo nelle corsie degli ospedali a prendersi cura di tutti i suoi pazienti. Nessuno escluso!  

Essere medico non vuol dire solo aver conseguito una Laurea in Medicina e Chirurgia. Essere medico vuol dire soprattutto essere umani e salvare le vite di tutti! Come il dottor Francesco.

Ancora oggi mi tuonano nelle orecchie le sue  parole : “Io non denuncio nessun paziente neanche sotto tortura”.

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