Homegrown Neil Young

Tutti vorremmo una macchina del tempo per sistemare i conti ancora in sospeso del nostro passato o per essere partecipi a eventi il cui solo racconto non basta. Purtroppo la fisica ancora non ci può aiutare in questo ma Neil Young forse sì. Alla mia età, un quarto di secolo e poco più, è facile avere l’amaro in bocca per non aver potuto vivere gli anni in cui i miei padrini musicali erano all’apice della carriera.

Finito di registrare nel ’75, “Homegrown” doveva inserirsi tra “Harvest” del ’72 e “Comes a time” del ’78. Due album fondamentali e incisivi per comprendere a pieno il genio di Toronto. Io non ci sarei stato all’epoca, ma fortunatamente ci sono ora.

“Chiedo scusa…questo album sarebbe dovuto uscire poco dopo Harvest…è il lato triste di una storia…non riuscivo proprio ad ascoltarlo” usa, senza mezzi termini, queste parole Neil per annunciare l’uscita del disco. Tutti passiamo periodi talmente brutti da annullarci, ma non tutti hanno il coraggio di viverli davvero. Young non solo li ha affrontati ma anche scolpiti su un vinile e, a distanza di 45 anni, ci regala questo piccolo gioiello. Ti perdoniamo Neil, non chiedere più scusa.

Chitarre acustiche, armoniche, country rock e lacrime condiscono quasi ogni canzone dell’album. Alcuni brani avevamo avuto modo di conoscerli già, ma inseriti in questi 35 minuti di puro orgasmo musicale prendono il giusto posto che a loro spetta.

Young non ha rabbia nel parlare di questo amore finito, traspare anche un certo senso di gratitudine, d’altronde Carrie è pur sempre la madre del suo primo figlio. Sono i ricordi a dare conforto all’artista, alcuni più dolorosi e altri più lievi, più semplici da gestire. In “Separate Ways”, primo brano dell’album, dice “La felicità non è mai passata/è solo un cambio di piano”, poche parole, ma pesanti come 100 libri. La sua voce, stanca e triste, trova ogni tanto una luce più forte come in “We don’t smoke it” che sembra inserito solo per bloccare temporaneamente la tristezza e “Florida”, breve flusso confuso di intense parole.

“Qualche volta la vita fa male, sapete quello che voglio dire”.

Parlo per me Neil, io lo so. Per questo ringrazio la musica di avermi concesso, ancora una volta, di fruire della tua arte. Hai battuto il tempo, ci sei riuscito come sempre. 

Nel ’75, forse, avevi paura di mostrare le tue debolezze, ma ora hai avuto il coraggio di affrontarle e vincerle definitivamente. “Homegrown” non modifica la produzione degli anni ’70 ma fa da anello mancante a una produzione senza pari.

Neil, grazie per averci reso testimoni.

Antonio Lo Re

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