RADIOFIERA – DE CHI SITU TI?

RADIOFIERA – DE CHI SITU TI?

La vita è strana.

Capita, ad esempio, di avere vent’anni all’inizio degli anni 90, essere appassionato di musica ed iniziare a seguire la miriade di gruppi italiani che in quel fiorente periodo venivano fuori in ambito rock (giusto per mantenersi in generale senza definizioni eccessivamente frammentate) più o meno underground ma, inspiegabilmente, di lasciarsi sfuggire i Radiofiera!

Fortuna che, qualche anno dopo, ci ha pensato un carissimo amico veneto a farmeli conoscere, e da allora ho applicato anche su di loro la mia modalità ossessivo/compulsiva di reperire più materiale possibile, ascoltare, analizzare, che scatta in me quando qualche artista, o band, mi colpisce in modo particolare.

E non poteva essere diversamente, dato il valore della produzione di questo gruppo, che solo per l’uso del dialetto, e per qualche evidente radice sonora, possiamo inquadrare in un’area geografica ben precisa, mentre la loro musica tiene alto il buon nome del Rock italiano, attingendo anche alle più classiche radici d’oltremanica e d’oltreoceano.

Ma non mi dilungo su storia e note biografiche, per quelle vi rimando al loro sito o alle loro pagine social.

Primo album di inediti interamente in dialetto (sebbene lo abbiano usato spesso nel loro repertorio), “De chi situ ti?” si presenta già ottimamente dalla copertina, realizzata con le mamme dei membri della band (Ricky Bizzarro, Giuseppe “Bepi” Fedato, Francesco Barbato, Massimiliano Bredariol, Marco Feltrin) immortalate al posto dei figli, i quali si riappropriano dei loro strumenti solo nell’immagine posta sul retro; anche il dettaglio della label del vinile dal gusto retrò è molto bello.

Tutti i brani portano la firma di Ricky Bizzarro, tranne “De chi situ ti”, “Deà dei sogni” e “Mi e ti”, accreditate a Ricky Bizzarro e Massimiliano Bredariol.

Presentando il crowdfunding, scrivevano “…ti assicuriamo, se ami i Radiofiera, che non hai mai sentito da noi qualcosa di simile…”, ed in effetti ascoltando l’album si può dire che hanno mantenuto la promessa, riuscendo nell’impresa di presentare qualcosa di veramente nuovo che mantiene però ben salde le radici in quel tipo di rock che li ha sempre contraddistinti, a tratti limpido, a tratti più cupo ma sempre evocativo, dimostrando di avere una buona mano sia sulle ballate che su brani più “tirati”. Nuovo, fresco, ma allo stesso tempo riconoscibile, qualcosa in cui ci si può identificare.

Anche i testi sono sempre più maturi e, come sempre, riescono a scavare dentro l’ascoltatore, a volte per smuoverne i sentimenti, altre per scuoterne la coscienza nei confronti di temi trattati fin dai primi album come “storture” e contraddizioni rappresentative di quel Nord-Est da cui provengono, ma oggi diffuse dappertutto.

Si parte così da “Frip/Fiol de Abramo”, il cui video, tanto bello quanto “disturbante”, è stato pubblicato già a Gennaio 2021 come anticipazione dell’album, e con il suo ritmo incalzante e gli intrecci delle chitarre, affronta il tema dei migranti, dei profughi, di chi è costretto a partire per sfuggire dagli orrori della propria terra.

“De chi situ ti?”, meno cupa ma altrettanto tirata, con chitarre ed hammond in evidenza, riprende il tema parlando dell’odio che spesso si moltiplica intorno ad esso (e ad altri, in verità), e della gente che quest’odio sparge, così come “Ocibei”, che ci aggiunge l’ipocrisia di chi vive con “…una mano sul coltello e l’altra sulla Bibbia…”.

In chiusura del brano, una bella tromba collega al successivo “Drio el Sil”, un raggio di sole con ancora hammond e tromba a tratteggiare atmosfere “vintage” per un testo comunque intriso di ricordi e malinconia.

Il lato A (ebbene si, ho in mano il vinile…), si chiude con una bellissima ballata, “Deà dei sogni”, splendido il lavoro di Bredariol alle chitarre, con tutto il resto a formare un delicato tappeto sonoro, a far risaltare un testo intimo che parla di ricordi e futuro, rimpianti e nuove possibilità; una ballata nella migliore tradizione della band, ma qui in una sorta di versione 2.0.

“Tacài col scotch” riprende il tema dei primi tre brani, ma stavolta con atmosfere quasi dance, e la registrazione di reali comunicazioni tra migranti e mezzi di soccorso, nel Canale di Sicilia, mentre con “Mi e ti” torna la ballata, stavolta il tema è l’amore e la fugacità della vita.

Un altro brano uscito in anticipo come video, questa volta addirittura a Novembre del 2019, è “In meso al Prà dea Fiera”, una sorta di epopea in cui invece di Macondo e dei Buendìa si parla del quartiere Fiera di Treviso (in cui Ricky Bizzarro è nato e cresciuto, e sul quale ha scritto anche un bel libro), di alcuni personaggi del luogo e delle loro storie, con una delicatezza ed una dedizione che trasuda amore ed attaccamento a gente e luoghi. Un luogo specifico, ma per intenzione e microcosmo, non troppo distante, con le dovute proporzioni e differenze, al luogo di origine di ciascuno di noi, in cui personaggi e storie indelebili possono anche essere diversi, ma caratterizzano comunque, a loro modo, la memoria collettiva.

Il vinile si chiude, dopo il breve strumentale “Gion Ueiz”, con un’altra ballata intima, “Come foie a Ottobre”, mentre sul cd al posto dello strumentale, c’è “Ah Signor, che cròse”, che indubbiamente è il brano in cui la voce di Ricky più trascina con sé in un turbinio di emozioni, dentro un testo che potrebbe essere il più autobiografico del lavoro.

Un disco che ti coinvolge, un po’ ti culla, un po’ ti scuote, e alla fine ti lascia con la pelle d’oca ed i pensieri lontani, verso mondi antichi o moderne tragedie. 

I Radiofiera hanno mantenuto la promessa, il disco è davvero qualcosa di nuovo, ma dentro c’è un po’ di loro, e di ciascun lavoro precedente… c’è il furore di “Allarme”, qualche atmosfera da “La casa di Alice”, a tratti l’innocenza di “Piòva”, la dolcezza delle molte ballate sparse nel loro repertorio. 

Il disco esce l’uno giugno, e se fossi in voi, se non avete già partecipato al crowdfunding, non me lo lascerei sfuggire…

Un’ultima, piccola annotazione linguistica: “De chi situ ti” equivale al siciliano “Ma tu, a ccu apparteni?”, classica domanda con cui gli anziani si rivolgevano a noi ragazzini per sapere a quale famiglia appartenessimo, retaggio di un mondo antico anche se non troppo lontano nel tempo…

Rino Bonina

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