La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato nei confronti dei responsabili di una società della provincia di Messina attiva nella gestione dei giochi, accusati di non aver versato oltre 208mila euro tra Prelievo Erariale Unico (PREU) e canone ADM.
La decisione mette fine a un iter giudiziario iniziato con la sentenza del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto del 14 settembre 2023, successivamente confermata dalla Corte d’Appello di Messina il 9 giugno 2025, come riportato da Agipronews.
I gestori avevano presentato ricorso contestando l’applicazione della normativa sul cosiddetto “prelievo forzoso”, sostenendo che fosse stata introdotta dopo i fatti contestati e che quindi non potesse essere applicata retroattivamente.
La Cassazione ha però ricostruito il quadro normativo, richiamando la legge di Stabilità 2015, che aveva previsto un prelievo straordinario di 500 milioni di euro nel settore del gioco. Tale misura, secondo i giudici, non rappresentava un nuovo tributo, ma una riduzione dei compensi lungo la filiera. La legge di Stabilità 2016 ha poi confermato questo meccanismo, chiarendone i criteri di ripartizione tra concessionari, gestori ed esercenti.
Diverso è invece il discorso per il PREU e il canone ADM: il primo costituisce un’imposta sui consumi legata alle giocate, mentre il secondo rappresenta un onere concessorio per la gestione del servizio pubblico. Entrambi, sottolinea la Corte, erano già in vigore al momento dei fatti.
Nel caso specifico, la società non avrebbe effettuato i versamenti dovuti, risultando completamente inadempiente nonostante le diffide ricevute dal concessionario. I giudici hanno ritenuto questo elemento particolarmente rilevante, evidenziando come non sia stata versata neppure una parte delle somme.
La Cassazione ha inoltre ribadito un principio fondamentale: le somme derivanti dalle giocate appartengono allo Stato fin dal momento della raccolta. Di conseguenza, il gestore opera su denaro pubblico e il mancato versamento configura il reato di peculato, in quanto assimilabile a un’appropriazione indebita di risorse statali.
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